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09 marzo 2009

Assemblea del Coordinamento Cittadino

MARTEDÌ 10 MARZO
ore 18.30
presso la sede in piazza Vittorio Emanuele II

Assemblea del Coordinamento Cittadino


INTERVERRANNO

Michele Mazzarano

Vice segretario PD Puglia

Vito Miccolis

Candidato Consigliere Provinciale







08 marzo 2009

- ORDINE DEL GIORNO DELLA REGIONE PUGLIA CONTRO IL NUCLEARE

ORDINE DEL GIORNO

Il Consiglio Regionale della Puglia,

  • costruzione di nuove centrali nucleari;
  • tale scelta è fortemente discutibile perché, nonostante le grandi questioni aperte relative alla sicurezza degli impianti e allo smaltimento delle scorie, si punta ancora sul nucleare di terza generazione;
  • in linea generale sarebbe più lungimirante programmare l’eventuale ricorso all’energia nucleare solo con riferimento a quella di quarta generazione, che appare in grado di dare più sicurezza sia in materia di impianti che di produzione e smaltimento delle scorie che vengono riutilizzate attraverso un processo di fertilizzazione,

considerato che

  • la Puglia contribuisce in maniera rilevante al fabbisogno energetico dell’Italia ed esporta l’88% dell’energia prodotta;
  • gli insediamenti energetici hanno già provocato un grave danno ambientale e sono fonte di pericolo per la salute delle persone;
  • il Piano Energetico e Ambientale Regionale (PEAR) ha definito un modello alternativo fondato sulla riduzione dell’uso delle fonti fossili, sullo sviluppo dell’energia da fonti rinnovabili e sul risparmio energetico,

IL CONSIGLIO REGIONALE DELLA PUGLIA,

interpretando i sentimenti più veri degli uomini e delle donne della Puglia,

    esprime il proprio NO

  • fermo e determinato, a qualunque ipotesi di installare in Puglia una centrale nucleare o un sito per le smaltimento delle scorie radioattive;

impegna il Presidente della Regione

  • ad riportare in tutte le sedi istituzionali l’orientamento della Puglia;

sollecita i parlamentari pugliesi

  • ad adoperarsi in Parlamento affinché il territorio della Puglia, per le motivazioni sopra riportate, sia escluso da qualsiasi ipotesi di localizzazione di impianti nucleari.




Antonio Maniglio -Il presidente gruppo PD

L’ENNESIMA ASSURDITA’ DEL GOVERNO BERLUSCONI: IL NUCLEARE

L’ENNESIMA ASSURDITA’ DEL GOVERNO BERLUSCONI: IL NUCLEARE

Persino Rubbia, premio Nobel per la Fisica ha già espresso la totale incoscienza, anche economica, di questa scelta

BARI – La Puglia produce più del doppio di quanto gli serve in termini energetici. Gli introiti derivanti da questo surplus di energia prodotta non arrivano nelle tasche dei pugliesi. E nemmeno vanno in quelle della Regione. Gli effetti inquinanti quelli invece sì, rimangono in loco, come sanno benissimo a Cerano, in provincia di Brindisi ed altrove. Il Presidente Vendola e tutta la maggioranza di centrosinistra – come è perfettamente visibile in Puglia - hanno dato il via libera, a certe condizioni, alla produzione di energia da fonti rinnovabili. Che invece potrebbe dare reddito anche ai piccoli proprietari agricoli. E lo assicura certamente alle imprese a gli uomini che credono nelle fonti rinnovabili e non inquinanti di energia. Nel frattempo ci troviamo ad ascoltare l’ennesima burla del nostro Presidente del Consiglio. Era martedì grasso il giorno dell’annuncio del ritorno del nucleare. Come se non ci fosse stato alcun referendum. Gli italiani credono sinceramente che dopo l’annuncio dell’intesa con la Francia ci saranno 4 centrali nucleari sul suolo italiano. Naturalmente qualcuno dovrebbe dir loro che quello che hanno firmato Italia e Francia è un semplice MOU, acronimo che sta per memorandum of understating, più semplicemente, lettera di intenti o protocollo d’intesa. Poco più di una stretta di mano insomma. Qualcuno dovrebbe dire loro che la Francia ha bisogno di partners per rilanciare e rifinanziare nuove centrali. Quelle che ha ora sono vetuste e costose ed il loro costo è coperto alla stessa maniera delle nostre rinnovabili: pagando a maggior prezzo l’energia prodotta e accollandone il costo ai contribuenti. Per tirarsi brillantemente d’impiccio la Francia ha trovato l’Italia di Berlusconi che ha fatto il MOU. Per venire a noi pugliesi e scuoterci dal torpore indotto dal sistema informativo, va detto che non si prospetta nessun beneficio economico per la Puglia, ma solo la sua riduzione coloniale a piattaforma umana e logistica per le esigenze del Nord. Tra le ipotesi in circolazione sui siti dove dovranno sorgere le centrali compaiono i nomi di Carovigno, nella provincia di Brindisi, Avetrana tra Taranto e Lecce, Mola in provincia di Bari. Quali i vantaggi per quei cittadini e per la Puglia? Nessuno, come al solito. Vorrei allora riportare il parere del Nobel per la Fisica Carlo Rubbia il quale testualmente dice: "Sa quando è stato costruito l'ultimo reattore in America? Nel 1979, trent'anni fa! E sa quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per mantenere l'arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l'uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie". Presumo che se ne intenda di energia nucleare più dell’intera maggioranza al Governo oggi in carica. La Puglia oggi dirà il suo no alle centrali nucleari, motivato dal punto di vista economico e scientifico, approvando l’ordine del giorno del Presidente Maniglio. Dei problemi energetici del Nord del Paese, la Puglia si è già fatta abbondantemente carico. Quindi di nucleare e di atomico ci sono solo le balle e le bugie agli italiani che la maggioranza berlusconiana di centrodestra continua a propinare. In assoluta colleganza con la minoranza pugliese di destra-centro (Rocco Palese e dintorni) che ripete meccanicamente e soprattutto acriticamente quanto Le ordina il suo capo milanese, Silvio Berlusconi. Non importa se le sue scelte, anche in materia energetica, danneggiano gli italiani ed in misura ancor più significativa i Pugliesi.

Bari, 4 Marzo 2009 Il Consigliere Regionale del PD

Paolo Costantino

p.s. ad integrazione

In data 25 novembre 2003, Carlo Rubbia (premio nobel per Fisica 1984) fu ascoltato in Commissione Ambiente alla Camera in merito al decreto-legge n.314/2003 che indicava in Scanzano Ionico (MT) il possibile sito unico nazionale.

Ecco in sintesi il suo intervento:

Si apre a questo punto grave problema dell'eliminazione dei rifiuti radioattivi. Con vari metodi sono inceneriti, triturati, macinati, pressati, vetrificati e inglobati in fusti impermeabili a loro volta disposti in recipienti di acciaio inossidabile, veri e propri sarcofaghi in miniatura.
Queste "vergogne" dell'energia nucleare vengono nascoste nelle profondità sotterranee e marine. Non abbiamo la minima idea di quello che potrebbe succedere dei fusti con tonnellate di sostanze radioattive che abbiamo già seppellito e di quelli che aspettano di esserlo. Ci liberiamo di un problema passandolo in eredità alle generazioni future, perché queste scorie saranno attive per millenni.
La sicurezza assoluta non esiste neppure in quest'ultimo stadio del ciclo nucleare. I cimiteri radioattivi possono essere violati da terremoti, bombardamenti, atti di sabotaggio. Malgrado tutte le precauzioni tecnologiche, lo spessore e la resistenza dei materiali in cui questi rifiuti della fissione sono sigillati, la radioattività può, in condizioni estreme, sprigionarsi in qualche misura, soprattutto dai fusti calati nei fondali marini. Si sono trovate tracce di cesio e di plutonio e altri radioisotopi nella fauna e nella flora dei mari più usati come cimiteri nucleari. Neppure il deposito sotterraneo, a centinaia di metri di profondità può essere ritenuto secondo me, completamente sicuro. Sotto la pressione delle rocce, a migliaia di anni da oggi, dimenticate dalle generazioni a venire, le scorie potrebbero spezzarsi o essere assorbite da un cambiamento geologico che trasformi una zona da secca in umida, entrare quindi nelle acque e andare lontano a contaminare l'uomo attraverso la catena alimentare. A mio parere queste scorie rappresentano delle bombe ritardate. Le nascondiamo pensando che non ci saremo per risponderne personalmente
.”

Tv, boom di cronaca nera negli anni di Prodi

Spazi raddoppiati nel 2006 e 2007: così aumentò la percezione di insicurezza della gente
Sulle reti Mediaset spesso lo spazio triplicò. Ma i direttori: la politica non c'entra

Tv, boom di cronaca nera
negli anni di Prodi

di SILVIA FUMAROLA


Tv, boom di cronaca nera negli anni di Prodi


ROMA - Durante i due anni del governo Prodi (2006 e 2007) i tg hanno raddoppiato lo spazio della cronaca nera. Secondo uno studio del Centro d'ascolto dell'informazione radiotelevisiva (nato da un'iniziativa dei radicali) dal 2003 al 2007, il tempo dedicato ai servizi su delitti, violenze e rapine è raddoppiato (se non triplicato) passando dal 10,4% dei tg del 2003 al 23,7% di quelli del 2007. Dato significativo che potrebbe avere aumentato la percezione di insicurezza da parte degli italiani, e avere avuto un peso alle elezioni politiche del 2008, tesi sostenuta dal centrosinistra in molte occasioni. Come la convinzione che il senso di incertezza e paura sarebbe nato in parte per il battage dei media.

"Adesso arrivano i dati, ma l'abbiamo sempre saputo, Prodi era stato il primo a rendersene conto" commenta Sandra Zampa (Pd) "Purtroppo ce ne siamo accorti a spese degli italiani". Il tema della sicurezza, e dell'uso che se ne fa, è molto sentito anche oggi: "Paura e insicurezza ci sono", ha detto il procuratore capo della Repubblica di Torino Giancarlo Caselli a Ercolano, al convegno "L'etica libera la bellezza" "dovrebbero essere sempre mali da curare ma spesso vengono ingigantiti anche dalla carta stampata e da certa politica".

I numeri dicono che nel 2003 il Tg1 ha dato notizie di cronaca nera per l'11% del suo tempo, il 19,4% nel 2006, il 23% nel 2007. Il Tg2 è passato dal 9,7% del 2003 al 21% del 2006, fino ad arrivare nel 2007, al 25,4%. Il Tg3 è la testata che registra il minore aumento, passando dall'11,5% del 2003 al 18,6% del 2007. Sulle reti Mediaset l'aumento è maggiore: per Studio Aperto, la percentuale è stata pari al 30,2 della durata totale dei tg del 2007, contro il 12,6% del 2003. Il Tg5 è passato dal 10,8% al 25,7%. Il Tg4, malgrado il raddoppio negli ultimi 5 anni, ha avuto l'incremento minore, dal 10,2% del 2003 al 20,9% del 2007.

"Fare una valutazione di natura politica sarebbe sbagliato, bisognerebbe vedere cos'è successo nei diversi anni" spiega il direttore del Tg5 Clemente Mimun. "Prima non era Chicago ora non è Disneyland. La cosa che ha pesato di più, sempre, è stata la situazione economica, per cui l'idea che qualcuno abbia picchiato sulla cronaca per colpire X o Y, lascia il tempo che prova, se non si controlla cos'è accaduto in quegli anni. Esaminando questo bimestre, si è parlato molto di stupri, oggettivamente hanno colpito l'opinione pubblica. Poi se mi chiede: durante il governo Prodi voleva colpire Prodi?, rispondo no".

"Un buon telegiornale racconta le cose che accadono" replica il direttore del Tg2 Mauro Mazza "ma imputare ai tg il fallimento delle elezioni non è accettabile, le ragioni vanno cercate altrove. Il pubblico di metà giornata è più attento alla cronaca e ne segue gli sviluppi. Alle 20,30 la quota diminuisce". Mario Giordano, direttore del Giornale, ha guidato Studio Aperto dal 2000 al 2007. "Ricordo la stessa polemica nel 2000, l'epoca delle rapine in villa. Poi c'è stato l'11 settembre. È vero, è aumentata l'attenzione per la cronaca nera, non solo quella che crea insicurezza. I grandi casi - Cogne, Erba, Garlasco - aumentano gli ascolti. Impiegando la nera in chiave politica pro o contro qualcuno si fa solo un pessimo servizio".

La Repubblica (8 marzo 2009)

07 marzo 2009

Emergenza alghe, altri fondi dalla Provincia


Ventimila tonnellate di alghe distribuite lungo 35 km di costa rischiano di mettere in ginocchio il turismo della Provincia di Taranto

Per l' emergenza alghela Provincia di Taranto , retta da Giovanni Florido ha messo a disposizione un milione e 400mila euro. Entro una settimana l’Ato dovrà proporre un Piano pluriennale di intervento. La Provincia utilizzerà i fondi del Piano per la tutela dell’ambiente. Il progetto per la rimozione sarà presentato dall’Ato 1, l’ambito territoriale ottimale che riunisce i Comuni del versante occidentale interessati: Taranto, Massafra, Palagiano, Palagianello, Ginosa e Castellaneta.

Il fenomeno - fanno sapere dalla Provincia - può infatti causare problemi di carattere igienico-sanitario oltre che penalizzare le ambizioni turistiche del territorio. Secondo le valutazioni dell’Arpa - dicono ancora dalla Provincia - le alghe rappresentano un rifiuto e come tali vanno smaltite in discarica; l’altra possibilità è invece sistemarle nei pressi delle dune, adottando tutti gli accorgimenti. Entro una settimana l’Ato 1 dovrà predisporre una verifica tecnica per la definitiva soluzione del problema”.
Per la Provincia c’era l’assessore all’ambiente Michele Conserva. “Ancora una volta - commenta insieme al presidente Florido - abbiamo dimostrato grande sensibilità per le questioni ambientali. Ci siamo immediatamente attivati, insieme alla Regione, per rispondere alle legittime sollecitazioni dei Comuni e dei cittadini. Adesso tocca all’Ato fare la sua parte. Noi continueremo ad offrire la nostra collaborazione. Siamo già pronti per stanziare circa un milione e 400 mila euro”.

06 marzo 2009

• Incidente sul lavoro a Crispiano


Ancora una volta in provincia di Taranto un giovane perde la vita sul posto di lavoro.

La notizia della tragica scomparsa di William Cometa, giovane ventisettenne imprenditore di Crispiano, riapre ancora una volta una ferita non rimarginata nel nostro territorio. In attesa che siano chiarite da parte degli inquirenti le dinamiche dell’incidente mortale, i Giovani Democratici della Provincia di Taranto si stringono intorno al dolore della famiglia del giovane scomparso, e partecipano al lutto che ha colpito l’intera comunità di Crispiano.

La questione della sicurezza sul lavoro, tristemente rilevante nel settore edilizio, resta tuttora una priorità improrogabile, nei cui confronti non è mai pensabile abbassare la soglia di attenzione. Il nostro senso di responsabilità ci richiama ad operare affinché la salvaguardia della vita e della dignità umana non conoscano più zone franche nel mondo del lavoro.


Giuseppe Fontana
Segretario Provinciale Giovani Democratici

04 marzo 2009

COMUNICATO STAMPA del Coordinatore Vito MICCOLIS

Ancora una conferenza stampa del centro destra per illustrare il libro dei sogni che i cittadini non conoscono.
In realtà questi amministratori sono stati capaci solo di fare esplodere i costi della politica con la distribuzione di assegni d’oro a numerosi consiglieri.
L’indennità di presenza dei 29 consiglieri comunali, per il presidente del Consiglio è prevista una indennità di funzione, a gennaio del 2008 era di euro 10.894,44, mentre da maggio del 2008 è quasi triplicata.
Infatti da maggio a dicembre mediamente sono stati spesi euro 27.310,53 per ogni mese, con il massimo ad ottobre con 28.619,40 ed un minimo ad agosto con euro 24.933,92.
A queste somme bisogna aggiungere anche euro 21.525,04 mensili per le indennità di funzione per il sindaco, il presidente del consiglio e gli assessori.
Per ognuno dei 32.000 residenti massafresi, compresi i 500 comunitari ed extra comunitari presenti in città, la spesa per le indennità dei politici comunali da maggio a dicembre ha sfiorato i 13 euro.
A questa somma mancano i dati delle indennità pagate dal Comune ai datori di lavoro dei politici dipendenti.
Con queste cifre vi sono quasi i due terzi dei consiglieri comunali che mensilmente ottengono un’ indennità di euro 1.038,08, tetto massimo previsto dalle leggi nazionali.
I costi della politica in città sono esplosi perché l’amministrazione di centro destra con delibera di giunta dell’11 aprile 2008, assenti solo gli assessori Pilolli e Gravina,ha aumentato del 30 percento le indennità e successivamente sono stati anche aumentati i componenti delle commissioni.
In pratica in ognuno delle sette commissioni consiliari vi sono dieci consiglieri comunali oltre gli otto capigruppo, che fanno parte di diritto.
A tutti spetta 50,76 euro per ogni seduta.
Vi sono giorni che si tiene più di una commissione ed ai consiglieri spetta il gettone di presenza per ognuna di esse.
Più volte il Partito Democratico ha denunciato tale spreco di denaro pubblico. Ma non è tutto.
Vi sono altri disastri di questa maggioranza.
Il sindaco ha annunciato che entro il 15 marzo sarà aggiudicata la progettazione del ponte di Cernera, ma dimentica che i termini per il deposito delle offerte è scaduto a settembre e non giustifica tale ritardo.
Annuncia che è in fase di proposizione la soluzione alternativa alla progettazione Anas per la Statale Appia e sorvola che il cavalcavia di via Chiatona, annunciato come il ponte dello sviluppo, ha provocando disagi e danni alle aziende che hanno la loro sede nei pressi del cavalcavia.
Gli imprenditori sono esasperati ed alcuni hanno già iniziato la procedura di richiesta di risarcimento danni.
Gli amministratori preannunciato iniziative in ambito culturale, ma sorvolano sulla figuraccia del recupero delle 11 cripte, presentato come il rilancio del turismo.
Con determina del 5 gennaio 2009 il dirigente dell’Ufficio tecnico ha revocato il contratto con l’impresa aggiudicatrice, ammettendo che in due cripte ancora i lavori non risultavano iniziati.
Anche qui all’orizzonte un’ altra lite giudiziaria.
La ciclo-passeggiata sulla via per Accetta, iniziata a dicembre del 2007, ancora non viene realizzata.
E’ stata annunciata l’inizio di una scuola politica promossa dal Comune, ma alla prima lezione la senatrice Poli Bortoni e l’on.le Mastella non si sono presentati.
Il centro destra aveva organizzato una riunione di tutti i parlamentari jonici per risolvere la crisi del consorzio delle guardie campestre, ma ha risposto all’invito solo l’on.le Vico del P.D.
Per non parlare della discarica abusiva scoperta dai Carabinieri in aree comunali di fronte alla chiesa dei Cappuccini, monumento che l’Amministrazione ritiene utile per il rilancio del turismo.
L’ultima perla, ma nessuno ne parla, è la mancata assegnazione di euro 38.850,43 da destinarsi ai luoghi di culto . La legge regionale n.4/1994 prevede che i comuni devolvano alle autorità religiose una somma dei contributi loro spettanti per oneri di urbanizzazione secondarie.
La giunta comunale con delibera del 5 agosto 2008 ha approvato uno scomputo di oneri concessori e nel parere contabile della ripartizione servizi economici e finanziari è segnalato che l’Ente comune doveva vincolare la quota di euro 38.850,43 da destinarsi alle confessioni religiose per le opere di culto. Il dirigente comunale segnalava che il capitolo per tali opere non presentava la disponibili per le somme accertate da destinare alle chiese. Nonostante ciò la delibera è stata approvata e non credo che le autorità religiose cittadine abbiano ottenuto tali somme.
Sconosciute sono le motivazioni che hanno spinto due assessori a sbattere la porta ed uscire dalla giunta comunale, ma di certo i due amministratori con tale gesto hanno voluto prendere le distanze dall’operare di questa classe politica di centro destra che governa la città.
Vito Miccolis
Coordinatore del circolo cittadino del Partito Democratico

03 marzo 2009

La relazione di Massimo D'Alema alla conferenza "Stop alla finanza creativa. Costruiamo un'economia più forte ed equa"

(Bruxelles, 3 marzo 2009 - Parlamento europeo, Seminario del Gruppo PSE)

Sono grato al PSE e al Gruppo socialista al Parlamento europeo per avere promosso questo incontro e sono onorato della responsabilità che mi è affidata di aprire il dibattito con alcune considerazioni di carattere generale.
Non sono uno specialista, non pretendo di proporre un’analisi particolare della grande crisi che sta sconvolgendo il mondo, che sta colpendo le nostre economie e le nostre società. Altri potranno meglio di me approfondire diversi aspetti fondamentali della crisi e delle terapie che sono necessarie per affrontarli.
Non credo tuttavia che questo fondamentalmente sia il tempo degli specialisti e degli economisti. É compito della politica restituire fiducia e speranza, indicare una prospettiva nuova, assumere la guida. Per fare questo è importante che ci chiariamo le idee circa la natura e la portata della crisi che abbiamo di fronte.
Nella classe dirigente conservatrice, nei paesi più ricchi del mondo, è sembrata prevalere l’idea che la crisi fosse un incidente di percorso, un inciampo lungo il cammino del progresso e della crescita della ricchezza, sulla strada di una globalizzazione dominata dalla ideologia e dalle politiche neoliberiste. Certo sotto accusa era l’ingordigia di certi banchieri; la mancanza di scrupoli etici di una finanza speculativa che ha finito per dominare il lavoro e la produzione materiale; l’eccesso di deregulation che – bontà loro – ora viene riconosciuto anche dai più sfrenati teorici di un mercato senza regole.
Ma si tratta davvero soltanto di questo?
Se così fosse, sarebbe stato sufficiente rimettere le cose in ordine, liberare le banche dall’inquinamento dei titoli tossici, separare con qualche accorgimento (bad banks or chapter 11) la buona dalla cattiva finanza. E riprendere il cammino.
Non era così. Questa è stata una breve illusione.
Oggi è investita l’economia reale da una crisi di cui è difficile delineare la portata e prevedere gli esiti.
Crolla la produzione, calano i consumi, tante, tantissime imprese, soprattutto piccole e medie, falliscono per mancanza di prospettive e di liquidità. Si affaccia lo spettro di una drammatica crisi sociale e di una moltiplicazione del numero dei disoccupati anche nei paesi più ricchi.
La verità è che sembra essere finito un intero ciclo dello sviluppo, portando alla luce gli squilibri e le contraddizioni di fondo di questa globalizzazione ultraliberale che ha dominato negli ultimi venti anni non solo le scelte della politica economica ma anche la cultura, il senso comune, il modo di vivere delle persone.
Il primo nodo che viene alla luce è quello che io definirei “un drammatico deficit di democrazia”.
In fondo, la mancanza di regole è precisamente il frutto della asimmetria fra la crescita di un mercato mondiale delle merci e dei capitali e la assenza di istituzioni democratiche in grado di fare da contrappeso rispetto allo strapotere dell’economia e della finanza. È cresciuta così una nuova "razza padrona": una oligarchia finanziaria che ha preso nelle sue mani il potere, che si è data le sue regole, che ha accumulato un'enorme ricchezza attraverso compensi d’oro e il sistema delle stock options. Questa oligarchia, attraverso il controllo dei media, ha diffuso una cultura e un senso comune.
Il disprezzo verso la politica, verso le istituzioni rappresentative, verso gli stati nazionali, l’idea del dominio dell’economia sulla politica; la concezione secondo cui l’unico compito che la politica deve svolgere è quello di rimuovere gli ostacoli al pieno dispiegarsi degli effetti benefici della globalizzazione e della finanziarizzazione.
Oggi assistiamo al crollo di questo castello ideologico. E i banchieri orgogliosi bussano alla porta dei tanto disprezzati Stati nazionali con il cappello in mano per acquisire gli aiuti necessari a salvare i loro imperi finanziari. Ma se vogliamo dare una risposta che non si limiti all’esigenza, che potrebbe rivelarsi illusoria, di fronteggiare l’emergenza drammatica in cui ci troviamo, dobbiamo essere consapevoli che non sarà sufficiente l’azione dei governi nazionali o il ricorso a istituzioni “tecniche”, come le banche centrali e il Fondo Monetario Internazionale.
Insomma, sia pure colpita da una crisi profonda, l’economia globale resta globale e non sarà sufficiente una risposta imperniata sul ruolo degli Stati nazionali. Questo è vero su scala mondiale, ma è particolarmente vero – lo vedremo in seguito- per il futuro dell’Unione europea.
Dunque, oggi è il momento di costruire coraggiosamente una nuova architettura istituzionale internazionale, di ripensare il ruolo di organismo come il Fondo Monetario Internazionale che – come si è cominciato a discutere nel G20 – può assumere compiti di sorveglianza a condizione di mutarne radicalmente la governance e di farne una strumento a disposizione dell’intera comunità internazionale e non soltanto un’agenzia di Paesi ricchi.
Si è parlato della necessità di una nuova Bretton Wood. Forse non è realistico pensare a un nuovo regime di parità fra le principali monete del mondo, tuttavia il sistema di tassi di cambio liberamente fluttuanti ha favorito la speculazione e la crescita di squilibri globali.
Per cui appare necessario, anche in questo campo, accrescere i poteri di sorveglianza e di intervento del FMI, in particolare attraverso la possibilità di convertire le valute nazionali create in eccesso rispetto alla domanda in diritti speciali di prelievo, creando così una maggiore stabilità ai detentori.
È aperto, oramai in sede scientifica e politica un dibattito assai ricco sulle forme di regolazione e di sorveglianza necessarie per evitare il ripetersi di shock finanziari e di massicci fenomeni speculativi. Ma guai dimenticare che c’è, al fondo, un problema politico e cioè la necessità che anche i Paesi più ricchi a partire dagli Stati Uniti si assoggettino a una sorveglianza internazionale e multilaterale. Altrimenti, il FMI resterà ciò che è stato a partire dagli anni ’80 e cioè uno strumento di sorveglianza soltanto sui Paesi poveri, per assoggettarli a politiche neoliberiste con conseguenze – come si è visto – disastrose per quegli stessi Paesi e per l’equilibrio dell’economia mondiale.
Insomma, se la crisi mette in luce quello che ho definito un deficit di democrazia e la necessità di un rinnovato primato della politica sull’economia, questo non può risolversi in un ritorno alla centralità degli Stati.
Ma deve spingerci ad un coraggioso impegno per rafforzare le istituzioni internazionali e multilaterali della governance globale. Non solo le istituzioni di natura tecnica ed economica. Ma le istituzioni politiche, a cominciare dalle Nazioni Unite e dal sistema delle agenzie internazionali.
La seconda contraddizione di fondo che viene alla luce nella crisi attuale e che spiega la fragilità delle nostre economie e delle nostre società di fronte alla crisi è il “deficit di giustizia sociale” che si è accumulato in questi anni. La stessa crisi dei mutui sub prime che ha innescato il credit crunch americano, ha avuto origine nell’impoverimento e nell’indebitamento delle classi medie americane anche se poi un mercato finanziario spericolato e speculativo ne ha enormemente moltiplicato gli effetti.
Ma all’origine appunto vi è un dato sociale.
Un recente studio dell’OCSE “Growing Unequal? Income Distribution and Poverty in OECD Countries” mostra in modo assai significativo gli effetti delle trasformazioni economiche dell’ultimo ventennio.
Non mi riferisco soltanto alle diseguaglianze fra Paesi ricchi e Paesi poveri ma a quelle che attraversano le nostre società.
Negli ultimi venti anni l’indice di diseguaglianza è aumentato in modo rilevante in un periodo di crescita della ricchezza. L’aumento ha riguardato i due terzi dei paesi OCSE e in particolare i maggiori fra questi come gli Stati Uniti il Canada l’Italia la Germania… Si è ridotta notevolmente la quota dei salari sul valore aggiunto e quindi è aumentata la forbice tra i redditi dei lavoratori dipendenti e i redditi da capitale e da lavoro autonomo.
In Italia, la crescita dei redditi da lavoro dipendente è stata del 6%, la crescita dei redditi da lavoro autonomo è stata del 44%... una differenza impressionante.
È cresciuto l’indice di povertà tra i giovani adulti, le famiglie con figli e tra i bambini. È cresciuto il fenomeno della povertà anche in famiglie in cui almeno un componente lavora.
E' evidente che la finanziarizzazione dell’economia e la crescita enorme del peso della rendita finanziaria hanno accresciuto e enfatizzato questi fenomeni.
Credo che sia giusto tra di noi riflettere non soltanto sugli effetti sociali intollerabili di questi trends che abbiamo subito e contro i quali abbiamo agito in modo insufficiente anche quando abbiamo svolto funzioni di governo; ma anche sugli effetti che queste diseguaglianze producono sull’economia e sullo sviluppo.
In realtà questi fenomeni sociali rendono fragile lo sviluppo economico. È evidente, infatti, che una società diseguale è una società nella quale si restringe il mercato interno e si riducono i consumi, perché se la crescita della ricchezza si concentra in una fascia ristretta della popolazione questo certamente non aiuta la crescita dei consumi.
Ma è anche evidente che società fortemente diseguali producono una ridotta mobilità sociale e una caduta della produttività del lavoro.
Vi è una corrispondenza tra la crescita delle diseguaglianze e la redditività della produzione da lavoro.
Insomma noi abbiamo subito per troppi anni un pensiero economico dominante, una sorta di “saggezza convenzionale” secondo cui la riduzione della spesa sociale e la rinuncia a politiche fiscali di redistribuzione del reddito avrebbe portato a una più alta capacità competitiva dell’economia europea. Non era vero. Anzi era vero il contrario.
Un più elevato investimento sociale a favore della salute e dell’istruzione; un sistema di protezione più efficiente per i disoccupati in grado di non abbandonare le persone a sé stesse nei momenti di difficoltà giocano un ruolo fondamentale per la formazione e il miglioramento del capitale umano e quindi per rendere più solido lo sviluppo e più forte la competitività delle nostre economie. Questo significa che la crisi che impone la necessità di un intervento pubblico per rilanciare lo sviluppo e sostenere la domanda deve essere considerata da noi come l’occasione per imporre un cambiamento profondo nella qualità dello sviluppo.
Non avrebbe senso, per dirla con la battuta ironica di Keynes, spendere “per scavare buche e poi riempirle”; piuttosto gli interventi di sostegno immediato della domanda dovrebbero avere contenuti che gettano le basi strutturali per una crescita stabile di lungo periodo e collegarsi con riforme in grado di correggere gli squilibri strutturali che la globalizzazione selvaggia ha determinato.
Ed è evidente che rinnovate politiche di welfare e incisive politiche fiscali di redistribuzione della ricchezza sono una condizione importante per una nuova fase di sviluppo.
Non mi sembra onestamente che la risposta complessiva dell’Europa alla crisi sia ispirata al coraggio e alla lungimiranza che sarebbero necessari.
E questo dipende anche dalla divisione dalla timidezza delle forze riformiste progressiste e socialiste in Europa.
Qualche settimana fa il settimanale americano News Week intitolava la sua copertina in modo provocatorio “Siamo tutti socialisti”. Socialista è una parola molto difficile da usare negli Stati Uniti d’America. Eppure, paradossalmente, la risposta più “socialista” alla crisi sembra venire proprio dalla nuova amministrazione democratica americana.
Non mi riferisco soltanto alla imponenza della mobilitazione di risorse pubbliche, ma soprattutto al carattere coraggiosamente innovativo delle scelte che vengono proposte. Aumentare le tasse ai ricchi per estendere l’assistenza sanitaria ai disoccupati è una scelta concretamente importante e anche di un grande significato simbolico.
Più in generale, la manovra americana punta ad una redistribuzione della ricchezza, attraverso l’uso della leva fiscale dopo che per anni si era teorizzato l’appiattimento della curva delle aliquote.
In secondo luogo, ci si propone l’obiettivo di estendere sistemi pubblici di protezione sociale anche colpendo la resistenza di potenti lobbies finanziarie e assicurative.
Infine, gli investimenti pubblici destinati a rilanciare l’economia puntano a rafforzare settori innovativi della ricerca, in particolare lo sviluppo di tecnologie verdi in campo energetico e della tutela ambientale.
Certo, l’America è stata ed è l’epicentro di questa crisi e il Paese che con le sue scelte politiche ed economiche ne porta le maggiori responsabilità. Tuttavia, l'America è anche il Paese nel quale, con l’elezione di Barack Obama e le scelte che la nuova amministrazione sta via via proponendo, la risposta alla crisi appare più forte e coraggiosa.
Dobbiamo dire invece con chiarezza che l’iniziativa europea è stata sin qui confusa e inadeguata.
In una prima fase ha prevalso la convinzione che la crisi finanziaria fosse sostanzialmente un problema americano e che noi europei fossimo al riparo dai rischi maggiori.
In effetti è vero che le nostre banche sono meno inquinate da una finanza spericolata e speculativa come quella che ha messo in ginocchio il sistema americano. È anche vero che il Paese europeo più esposto alla crisi finanziaria d’oltre Oceano - e cioè il Regno Unito – è stato anche quello nel quale, grazie a Gordon Brown, la risposta del governo nazionale si è mostrata più pronta ed efficace.
Ma, nell’ottimismo europeo, vi era una sconcertante sottovalutazione degli effetti economici, sistemici, che la crisi finanziaria avrebbe prodotto in un mondo globalizzato come quello in cui viviamo.
La caduta dei consumi, la contrazione della liquidità per le imprese, il collasso di diversi Paesi dell’Europa centrale e orientale la cui crescita è avvenuta in questi anni all’insegna del più sfrenato modello di neoliberismo hanno rapidamente fatto svanire le illusioni delle leadership conservatrici del nostro continente e la crisi sta assumendo tali proporzioni da mettere a dura prova i sistemi di protezione e di stabilizzazione sociale che pure sono in Europa assai più forti che negli Stati Uniti (anche perché in questi anni abbiamo fortunatamente resistito alla ideologia che pretendeva di cancellarli nel nome della modernità).
Di fronte all’incalzare della crisi, è emersa la debolezza delle istituzioni dell’Unione.
Bisogna riconoscere che solo il Parlamento europeo - lo dico con l'orgoglio di un ex-parlamentare - con le sue discussioni e, in parte, con le sue deliberazioni si è mostrato all’altezza dei problemi che abbiamo di fronte.
Per il resto la risposta alla crisi è stata sostanzialmente affidata alle decisioni dei governi nazionali. Salvo l’affannoso e inconcludente succedersi di vertici e Consigli straordinari.
Si potrebbe dire, parafrasando Sraffa, "produzione di vertici a mezzo di vertici".
In questa situazione il rischio concreto è che anziché cogliere questa crisi come una opportunità per fare un salto di qualità nell’integrazione e nel coordinamento delle politiche economiche in realtà si vada verso una rinazionalizzazione delle decisioni fondamentali ed un allentamento dei vincoli sia in materia di politiche di bilancio, sia in materia di aiuti di stato.
Con una Commissione ridotta ad avallare ex post le decisioni dei singoli governi nazionali.
Credo che dobbiamo dire con forza che questa tendenza sarebbe disastrosa. Non solo perché senza un forte coordinamento europeo le misure dei singoli paesi non possono avere la forza d’urto per invertire il ciclo e rilanciare lo sviluppo; ma perché la frammentazione delle scelte accentuerebbe le diseguaglianze in Europa e finirebbe per mettere in crisi l’unione economica e monetaria ed il mercato unico: cioè le più importanti conquiste degli europei negli ultimi 50 anni.
È il momento, al contrario, di prendere finalmente atto che senza istituzioni più forti ed un effettivo coordinamento nella indicazione degli obiettivi e nell’uso delle risorse l’Unione europea non sarà mai in grado di mantenere le sue promesse in termini di crescita economica, dell’occupazione e della qualità della vita dei suoi cittadini.
Come possiamo proporre una regolazione ed un controllo a livello internazionale dei mercati finanziari quando all’interno dell’Unione non si riesce ad assicurare un effettiva cooperazione tra le autorità nazionali di vigilanza?
Come possiamo sostenere la necessità di alleggerire la pressione fiscale sul lavoro e sui redditi medio-bassi quando siamo ancora alle prese, persino all’interno dell’area dell’euro, con la concorrenza fiscale in materia di tassazione dei redditi da capitale e anche soltanto l’espressione “armonizzazione” continua ad essere per molti governi europei un tabù?
Quale funzione di stabilizzazione può svolgere il bilancio dell’Unione europea – così come avviene negli USA – se non si riesce neppure a passare dall’1 all’1,24 per cento del PIL dell’Unione?
Quale politica europea di investimenti si potrà compiere se dal Piano Delors ad oggi la proposta di emissione di Eurobonds continua ancora ad essere considerata una fuga in avanti da alcuni Stati e non uno strumento essenziale senza il quale risulta assai difficile sostenere i grandi obiettivi in materia di infrastrutture e di innovazione necessari per una nuova fase di sviluppo?
Ciò che oggi è in discussione è il meccanismo stesso di crescita dell’Europa che si basa sul mercato unico, sulla moneta unica, sulla strategia di Lisbona.
Dovremmo prendere atto che a dieci anni dal vertice di Lisbona, che produsse il più straordinario manifesto riformista in Europa, non siamo riusciti ad introdurre vincoli ed incentivi efficaci per indirizzare risorse pubbliche e private verso l’innovazione e la conoscenza.
Anche perché alla indicazione di quegli obiettivi coraggiosi non corrispondevano strumenti istituzionali comuni e meccanismi decisionali adeguati.
Oggi la recessione rischia di colpire, più di altre voci, le spese per ricerca e sviluppo e per la formazione del capitale umano, perché l’emergenza finanziaria sembra imporre altre priorità.
Questo è ciò che sta avvenendo per esempio in Italia.
Solo un forte impulso europeo può evitare il pericolo di un ripiegamento nazionalistico, di spinte che, di fatto, al di là delle dichiarazioni, assumono il segno protezionista delle disperate lotte fra poveri, come quelle che abbiamo visto nelle manifestazioni dei lavoratori inglesi contro gli operai italiani o come quelle che si manifestano nelle ondate razzistiche anti immigrati in diversi paesi europei.
È dunque per ragioni politiche oltre che economiche che è essenziale puntare su una risposta europea alla crisi e fare della crisi appunto una occasione per rafforzare le nostre istituzioni comuni e rilanciare i nostri valori.
Sarebbe un grave errore ritenere che possa funzionare una sorta di “strategia dei due tempi”: oggi ciascuno per sé affronti l’emergenza e domani riprenderà il processo di integrazione.
In questo modo rischiamo di non arginare l’emergenza e di compromettere l’integrazione futura.
Siamo alla vigilia di una campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo che cadrà in un momento davvero cruciale per la storia del mondo e del nostro continente.
Corriamo il rischio noi che rappresentiamo il campo delle forze riformiste progressiste e socialiste di trovarci in una situazione davvero paradossale.
Se guardiamo al panorama dei governi europei non siamo da molti anni mai stati così deboli, mentre il mutamento sconvolgente della realtà del mondo mostra come i valori fondamentali, che sono alla base del nostro movimento, tornano ad essere attuali e necessari.
Davvero è il momento di agire e non lasciare al populismo della destra la risposta al sentimento di paura e di insicurezza che colpisce oggi milioni di europei.
Come ci hanno mostrato anche le elezioni americane la forza e la chiarezza del messaggio di cambiamento possono coinvolgere una larga opinione pubblica, ridare fiducia e speranza, mutare rapporti di forza consolidati, spostare in avanti gli equilibri politici.
In questo senso la crisi è anche un’opportunità ed una sfida per i socialisti e per i riformisti.
Una sfida da affrontare insieme.
Grazie

02 marzo 2009

Intervista di Vito Miccolis




Per chi si fosse perso l'intervista di Vito Miccolis , candidato Consigliere Provinciale , rilasciato a Multiradio 91,40 Mhz la riproponiamo su l 'I-POD virtuale del sito.

Buon Ascolto


-Ilva Taranto: parte seconda cassa integrazione

Comincia da oggi per un primo gruppo di dipendenti Ilva la seconda fase di cassa integrazione. Gli esuberi, 4mila in tutto, raggiungeranno il tetto massimo nei prossimi giorni. Il periodo di «cassa», previsto dall’accordo firmato mercoledì scorso dal Gruppo Riva e dal sindacato Fim Cisl, è di tredici settimane: si concluderà, quindi, il primo giugno. L’Ilva ha annunciato l’ulteriore ricorso alla cassa integrazione agli inizi della scorsa settimana. E’ stato il vicepresidente del Gruppo, Fabio Riva, durante la riunione a Milano nella sede di Federacciai, a confermare il provvedimento iscrivendolo nella generale tendenza negativa figlia della recessione. La produzione dello stabilimento siderurgico calerà del 50 per cento nel 2009.
Non è escluso il ricorso a nuovi provvedimenti di cassa integrazione vista l’incertezza sui tempi di uscita dalla crisi.

L’intesa sulla cassa integrazione non è stata siglata dagli altri due sindacati dei metalmeccanici: Fiom Cgil e Uilm Uil. La Fiom contesta i termini dell’accordo soprattutto nella parte salariale, chiedendo per i lavoratori in esubero un trattamento economico integrativo che permetta loro di contenere le perdite in busta paga dovute al periodo di cassa integrazione. La Fiom insiste perché questo contributo non sia una tantum ma mensile, cioè finché l’azienda ricorrerà all’ammortizzatore sociale. Il sindacato guidato da Franco Fiusco chiede anche l’assunzione di tutti i lavoratori interinali anche se sul punto Fim Cisl e Uilm Uil hanno polemizzato, rivendicando a sé la difesa dei precari, operai senza tutele i quali vengono già licenziati a centinaia alla scadenza del contratto per le difficoltà legate alla crisi dell’acciaio.

- TAVOLO VERDE: AGIRE ORA PER L’AGRICOLTURA



MASSAFRA – Dopo aver fatto tappa a Policoro in Basilicata il Tavolo Verde, l’associazione spontanea nata in difesa dell’agricoltura, si sposta a Massafra. E ospita tra gli altri relatori, l’Assessore Regionale all’Agricoltura Enzo Russo assieme ai leader storici del movimento Paolo Rubino, ex parlamentare e Franco Parisi, un professore da sempre anima del movimento. La questione centrale è quella di sempre: i contributi agricoli che si abbattono come una mannaia sulle imprese diretto-coltivatrici. Una questione che fa tutt'uno con il basso reddito degli agricoltori marginalizzati e senza difesa. Spicca ancora una volta l’assenza delle principali organizzazioni di categoria, oramai auto-ridottesi a patronati. Le tenaglie dell’INPS e di Equitalia in cerca di contributi agricoli passati e presenti si stringono quando i prezzi dopo un anno di lavoro e di investimenti crollano. Nessuno ne è scandalizzato, mentre qualsiasi coltura è diventata poco remunerativa. E’ un vero e proprio grido di allarme, disperazione ed indignazione quello che sale dall’ampia sala dell' Appia Palace Hotel gentilmente messa a disposizione dalla proprietà dell’albergo. In questo quadro spiccano le truffe che molti agricoltori hanno subito: una cifra enorme. Per questo il Tavolo Verde ha fissato un incontro con Procura della Repubblica e Forze dell’Ordine per tentare di contrastare il fenomeno che invece avrebbe bisogno di un duro intervento legislativo. Gli assegni scoperti sono diventati quasi una regola e le Banche non svolgono la loro funzione di tutela del cliente, allungando i tempi di riscossione e di valuta. E’ assurdo che vadano in galera ladri di arance - ha detto Paolo Rubino - e gente che ha truffato centinaia di migliaia di € sia in giro a piede libero.
In questo quadro anche 3.000€ di contributi personali all’anno sono troppi con i prezzi imposti da chi controlla il mercato. Un imprenditore agricolo non può contrattare quando ha i suoi frutti
appesi: è costretto a vendere. Allo stesso modo è costretto a produrre perché la politica in questi anni di fatto ha abbandonato la categoria al suo destino, non prospettandogli nessuna alternativa concreta. Quali le risposte allora? E’ l’Assessore Regionale Russo che tira le conclusioni: costringere il Governo a far diventare strutturale la riduzione dei contributi a 7 € come avviene per altre nazioni, organizzare la filiera in modo da imparare a commercializzare, non rinunciare alla sperimentazione ed alla qualità. Utilizzare la massa dei finanziamenti europei per progetti che rendano concorrenziale l’agricoltura pugliese. E non per progetti che hanno il solo fine del finanziamento. Ma lo incalza Paolo Rubino: fare in modo che i Bandi Regionali si incrocino con i bisogni delle aziende, pena la perdita dei finanziamenti. Russo raccoglie e rilancia con una stoccata al Governo in carica: alle riunioni della Conferenza degli Assessori Regionali all’Agricoltura di cui sono Presidente vogliamo il Ministro Zaia e non il sottosegretario di sempre che ascolta ma non prende impegni. Primo fra tutti quello di inibire per sempre l’aumento dei contributi previdenziali. Dai quali dovrebbe - dice il Tavolo Verde - essere scorporata la quota relativa all’assistenza.
Quello che si è fatto con le quote latte per il Nord lo si deve ripetere con i contributi per il Sud. Le ciambelle di salvataggio per banche e imprese dell’auto devono essere lanciate anche per l’agricoltura. Il cui beneficio occupazionale ed ambientale è ancora immenso.

AGRICOLTURA SCENARIO:

La Puglia e le altre regioni meridionali dicono così addio ad un bella percentuale di reddito abbandonando l’agricoltura. Mentre i mercati esteri sono resi sempre più inaccessibili dai prezzi capestro imposti dalla filiera che si sviluppa dal campo allo scaffale del supermercato o del fruttivendolo. Una filiera che vede il produttore/coltivatore prendere la minima parte del costo finale dei suoi prodotti. Mentre anticipa capitali, lavoro, terreni ed attrezzature. Il suo impegno di un anno contro quello di pochi giorni di chi controlla la filiera. Una lunga catena fatta da mediatori, imballatori e responsabili di centri d’acquisto di catene commerciali e mercati all’ingrosso. Con i trasformatori colpevoli di sofisticazioni ed alterazioni di ogni tipo.

di Nicola Natale

01 marzo 2009

-DARIO FRANCESCHINI CHIEDE UN ASSEGNO MENSILE DI DISOCCUPAZONE 28/02/2009

GRANDE SUCCESSO DI FRANCESCHINI A BARI


"Un assegno mensile di disoccupazione per quelli che perdono il posto di lavoro"
Una proposta concreta, in grado di dare una speranza agli italiani vittime della crisi. “Berlusconi porti subito questa proposta in Parlamento, faccia un decreto d'urgenza, come ne ha fatti tanti. Su questo noi in Parlamento lo sosterremo". E’ la proposta lanciata dal segretario del Partito democratico Dario Franceschini, intervenendo nel teatro Piccinni di Bari alla manifestazione sul tema “Senza Sud che Italia è?”.

"Ronde: é come appaltare la sicurezza nelle strade"
Il segretario del Pd Dario Franceschini critica poi la politica della sicurezza del governo, e in particolare le ronde. Per il leader democratico si tratta di demagogia pericolosa nel momento in cui si tagliano 3 miliardi e mezzo al comparto della sicurezza di cui 1 miliardo solo alle forze dell' ordine. "Siamo l'unico Paese al mondo a legittimare le ronde con una legge". Dario Franceschini, segretario del Partito Democratico lo ha affermato parlando delle ronde. "Perché - ha spiegato - se si fa una legge che ne legittima l'uso per difendere l'ordine pubblico, non importa se con o senza armi perché le armi possono essere anche le mani o le gambe, se si legittima questa cosa, unico Paese al mondo a legittimarla con un provvedimento di legge, e le ronde non esistono, perché non esistono nel nostro Paese tranne qualcosa simbolica sparsa in giro per l'Italia, è come dire: fatele", ha ribadito Franceschini dal palco del teatro Piccinni, gremito per l'occasione della prima uscita pubblica del segretario nel Mezzogiorno.

Secondo il segretario del Pd, "anche questa è un'operazione di copertura, perché contemporaneamente sono stati tagliati 3 miliardi e mezzo al comparto della sicurezza ed e' stato tagliato 1 miliardo di euro solo alle forze dell'ordine che non hanno la benzina da mettere nelle volanti".
"Io vorrei domandare a ogni italiano - ha concluso - ma vi sentite piu' sicuri se per strada ci sono poliziotti e carabinieri o gruppi di ragazzi o pensionati che pensano di difendervi".
Franceschini ed Emiliano a Bari
"Il Paese non esce dalla crisi se il Sud non decolla"
Per contrastare la crisi, secondo Franceschini, occorre "tagliare sprechi della spesa pubblica" e utilizzare "anche il Federalismo fiscale per andare in quella direzione", un
Federalismo, però, che sia "equo e solidale". Ma proprio per il Sud, ha ricordato, saranno sottratti fondi del FAS; dal 2007 al 2013 circa 16 miliardi e 500mila euro. Poi un cenno alla Banca del Sud: leggendo i giornali di oggi, secondo Franceschini, e' quasi come leggere quelli "di cinque anni fa, però - ha detto anche - noi non chiudiamo la porta se non è un'operazione d'immagine" o solo un mezzo "per costruire consenso e clientelismo". Il segretario del Pd, l'obiettivo del Governo è di "nascondere la crisi, negarla per evitare che - ha concluso - diventi da percezione personale una percezione collettiva".

Nel suo discorso Michele Emiliano non ha mancato di criticare aspramente il ministro Raffaele Fitto».
«Il centrodestra della Puglia, cosa che i giornali non stanno ancora scrivendo – ha insistito Emiliano – è deflagrato, l’unica persona che ha la capacità di capire queste cose relative al Mezzogiorno, è Adriana Poli Bortone che li ha mollati».

L'ATTACCO A FITTO: UN ASCARO CHE HA VENDUTO IL SUD
«Siamo stati svenduti dal ministro pugliese, da un ascaro che ha accentrato a sè i fondi strutturali e del quale mi vergogno da pugliese, un uomo senza onore che ci costringe a tenere chiuso il teatro Petruzzelli con scuse banali e burocratiche», ha sottolineato Michele Emiliano, riferendosi, inizialmente senza citarlo, al ministro per i rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto. Emiliano ha fatto riferimento alle politiche del governo su Fas e fondi strutturali. «Fitto ha deciso di accentrare a sè – ha sottolineato Emiliano – i fondi strutturali e in questo modo dieci anni di discussione sui piani strategici della Puglia sono stati gettati via».

Alla Manifestazione era presente anche il Partito Democratico di Massafra.
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Mps e Verdi: stiamo con Florido!

«Stiamo con Gianni Florido perchè è l'unica candidatura espressa dal centrosinistra e perchè da sempre siamo fautori dell'unità del centrosinistra.». Gabriele Pugliese,coordinatore provinciale dei Verdi, ieri mattina è stato chiaro. In conferenza stampa si è presentato insieme all'assessore regionale Domenico Lomelo per ufficializzare la posizione del partito frutto di numerosi incontri e di un serrato dibattito interno al partito.



Nello schieramento pro Florido c'è anche il Movimento per la sinistra del presidente Nichi Vendola. Ad ufficializzare l'appoggio sono l'ex parlamentare Donatella Duranti, Maurizio Baccaro e l'assessore provinciale Pietro Giacovelli che in una nota spiegano di ritenere «oggi più che mai prioritario lavorare all’unità del centrosinistra ed un errore creare una divisione della coalizione ». Pertanto il Mps intende partecipare alla discussione nel merito del programma con il PD e gli altri partiti che compongono la coalizione «con la quale abbiamo sconfitto le destre nel 2004 ed eletto il presidente Florido». Al presidente Florido, però, Mps chiede «un cambio di marcia sulle questioni ambientali e una verifica programmati

Intervista Vito Miccolis su Multiradio


Vito Miccolis , candidato Consigliere Provinciale , ha rilasciato un intervista a Multiradio nello spazio di approfondimento , PUNTI DI VISTA.


Il contenuto verrà messo in onda sulle frequenze di Multiradio 91,40 Mhz dopo il radiogiornale MultiNews alle ore 10.35 .