ratto costitutivo, per così dire “egemonico”, nella tensione a migliorare ea democratizzare le condizioni di lavoro e dei lavoratori, introducendo diritti e tutele e mitigando dapprima con le sole lotte operaie e contadine , poi con le leve dello stato sociale , l’impatto e l’urto dei processi produttivi sulla vita di milioni di lavoratori nel mondo. Oggi è tutto cambiato, con una rapidità che reca caratteri straordinari. L’intera struttura di divisione internazionale del lavoro e diorganizzazione dei processi produttivi su cui le democrazie moderne avevano costituito il compromesso sociale keynesiano del welfare si è strutturalmente modificata. Di fronte a questa verae propria rivoluzione si affacciano nuove domande e nuovi bisogni di tutela a cui una sinistra moderna e un nuovo riformismo devono saper offrire risposte. Tutto ciò è valido in particolare perl’Italia. Il nostro è un Paese storicamente “lento” nell’interpretare i mutamenti storici e politici incorso nel mondo. Questa lentezza, assume molteplici e cangianti sfaccettature; alcune si riscontrano facilmente e quotidianamente, nella capacità della burocrazia di assecondare i mutamenti tecnologici e di cambiare assetto rispetto a quelli tradizionali, nella capacità di innovare le produzioni nel processo produttivo come nei contenuti, nella capacità di introdurre nuove e più avanzate proposte sul terreno dei diritti come in quella di fare largo a nuove e giovani classi dirigenti in grado di interpretare al meglio la modernità. L’Italia appare spesso come un paese lento ma, ancora più di frequente, come un paese “rigido”. Resistente al cambiamento, da questo intimorito e, pertanto, meno in grado di altre nazioni di pensare tempestivamente e compiutamente il proprio ruolo e la propria funzione nel mondo che cambia. Intimorita dal cambiamento è stata perlungo tempo anche la sinistra italiana. L’incapacità di esprimere una compiuta risposta ai mutamenti del lavoro e delle regole del suo “mercato” ci ha visti spesso divisi tra chi si opponeva a qualsiasi cambiamento e chi invece proponeva di smantellare tutta l’impalcatura di tute le che le democrazie del ‘900
avevano approntato per consegnarsi alle nude regole del mercato.Oggi i tempi sono probabilmente maturi per una discussione più serena. Il lavoro, inteso come uno, per tutta la vita , prevalentemente rinchiuso nel comparto industriale, a bassa intensità di contenuto tecnologico, è prossimo , nelle nostre società, all’estinzione . Ora abbiamo “i lavori”, tant i, diversi per tutta la vita professionale , con una forte percentuale di impiego nei servizi. Ve ne sono di tradizionali , resi parcellizzati e spesso precari in modo inaccettabile e di “nuovi”, sconosciuti prima e per questo ancora più sprovvisti di adeguati strumenti di tutela.
Le nuove professioni sono complesse, e quindi difficili da spiegare e non solo perché si muovono sulla frontiera della tecnologia. Lo sono anche perché ognuna di queste figure è generalmente parte di una lunga catena di mestieri diversi,complementari. Spesso si è rappresentata la proliferazione di nuovi lavori come il trionfo dell’intrapresa personale, dello spirito di iniziativa individuale, dell’estro e della creatività personale. Questo è certamente vero per alcuni lavori di nuova generazione. Un web designer, ad esempio, se capace, ha molte più possibilità professionali e di guadagno individuale di quante ne possiede un metalmeccanico; ma specularmente un lavoratore di un call center che esegue un lavor oserializzato, sedentario, con poche o residue possibilità di avanzamento di carriera è certamente piùprossimo ad un lavoratore “seriale” piuttosto che ad un imprenditore. A questi esempi, utili chiaramente in chiave di semplificazione, vanno aggiunte due precisazioni. La prima è che in generale mai come oggi il livello di istruzione e la qualifica
Su tre punti il Partito Democratico dovrebbe puntare a stipulare un “patto” con i nuovi lavoratori : Le retribuzioni: i “nuovi lavori” quelli cioè che hanno a che fare con la fornitura di beni eservizi di nuova generazione spesso nel nostro Paese sono vittime di una dinamica salariale mortificante, spesso insufficiente a garantire minime condizioni di sussistenza (nei grandi centri urbani magari in presenza di un affitto da pagare) o comunque a consentire una progettazione delproprio futuro familiare e abitativo. Un impegno all’innalzamento delle retribuzioni medie dei nuovi lavoratori è un impegno di civiltà a cui è necessario assolvere.Il precariato: troppo spesso la condizione del nuovo lavoratore è quella di un precario a vita . Favorito dalla moltiplicazione delle forme contrattuali e da una sciagurata politica di incentivo per i contratti a termine il precariato è il primo fantasma di cui è necessario liberarsi. Il pacchettoDamiano opera in questa direzione, incentivando le assunzioni a tempo indeterminato sottol’aspetto fiscale e contributivo . Il welfare: oggi lo stato sociale è largamente inadeguato a rispondere alle nuove esigenze diprotezione nel lavoro . Il welfare italiano riassume in se due tristi primati. È infatti al medesimo tempo il più iniquo e il più inefficiente d’Europa. Pensare un nuovo welfare per i nuovi lavori significa innanzitutto immaginare una protezione per il lavoratore tra i diversi impieghi, dotandolonon solo della
Michele Mazzarano Vice Segretario Regionale Partito Democratico




