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30 gennaio 2013

Piccolo: «Ma quali innovatori sulle donne osa solo il Pd»

Ottavia Piccolo non esercita «l’arte del dubbio», guarda un po’ l’intrigante titolo dello spettacolo teatrale che sta portando in giro per l’Italia, in questi giorni a Catania e che dal 29 gennaio sarà a Roma, al teatro Vittoria. Nessun dubbio, allora, quando si tratta di affrontare una questione all’ordine del giorno, e cioè la valutazione, a liste consegnate, di quante candidate donna alla fine ci sono, e, in più, non solo per metterne qualcuna tanto per far numero ma anche per farle eleggere. Lei, attrice brava e impegnata, non ha dubbi: «Il Pd è il partito che ha avuto una ammirevole attenzione verso le donne».
E gli altri secondo lei come hanno ragionato, quando alla fine il risultato non si discosta dalla tradizione anche per le nuove formazioni, quelle del cosiddetto rinnovamento?
«Avranno pensato: siamo nuovi e basta questo. L’aggettivo l’hanno evidentemente ritenuto sufficiente per comprende tutto il resto».
Ma possibile che in questi tempi moderni in qualche modo ci sia ancora bisogno delle quote?
«Le quote non le ho mai amate. Ed è un antico dibattito che ha sempre animato il mondo delle donne. Però alla fine, non sembri una posizione vetero, mi sembra chiaro che sono ancora necessarie. Non dimentichiamo che il dato di partenza è talmente di svantaggio che un’arma per rompere il soffitto di cristallo va trovata. Le primarie del partito democratico hanno consentito a tante donne di farcela e lo stesso vale per i giovani».
Basta essere donne?
«Non basta. Ma in attesa del tempo in cui non ci sia più bisogno di quote e di spinte sto comunque studiando i profili delle donne candidate. Io voterò a Venezia e sto imparando a conoscere chi mi rappresenterà. È noto, voto Pd con orgoglio e convinzione. Anche se problemi ne ho avuti nei confronti di atteggiamenti che non mi sono piaciuti. Ma resto convinta che le battaglie si conducano dall’interno. Anche questo è un po’ vetero, ma ci credo».
Si può fare una Rivoluzione civile con poche donne come sembra voglia fare Ingroia?
«Le donne in alcune liste sono messe come fiore all’occhiello. Tanto per poter dire, siamo democratici e ce le abbiamo anche noi. Mi viene da ricordare alcune trasmissioni a cui sono stata invitata, anche se non di recente. Mi spiegavano che ci voleva una donna per alleggerire e per rappresentare alcune questioni che specificamente vengono appaltate al sapere femminile. Mi viene da pensare, dunque, non la donna intesa come valore per se stessa ma chi ci può portare qualche voto. Questa è un po’ la sensazione che ricevo dallo scorrere certe liste in cui, ripeto, le donne fanno da fiore all’occhiello, un elemento di decoro. Non voglio giudicare cosa hanno fatto gli altri... però non mi piace».
L’iniziativa del Pd sulle donne presentate in posizione eleggibile ha condizionato gli altri?
«Non c’è dubbio. I buoni esempi per forza di cose, o per non sfigurare o perché, magari, ci si convince davvero, alla fine servono».
Lo stesso ragionamento è valso per gli impresentabili?
«Certo. È la stessa cosa. Probabilmente hanno deciso certe esclusioni perché condizionati dal timore di perdere voti. Però lo hanno fatto e in Parlamento almeno alcuni impresentabili non ci arriveranno».
È stata aperta una strada?

«In fondo alla sinistra è toccato sempre farlo per questo Paese. È un’abitudine, anche bella».
Ma secondo lei è ancora possibile che questa rivoluzione fatta di tante donne poi si riduca a parlamentari destinate ad occuparsi solo dei temi legati alla famiglia e al sociale?
«Ancora? Non mi sembra possibile. Ci sono super, mega donne che possono fare tutto. Anche di questo bisognerà tenere conto quando saranno distribuiti gli incarichi in Parlamento».
L'Unità